Disegno di legge di stabilità 2015 e persone con disabilità

 

Nota bene: si veda ora l'analisi più recente del testo definitivamente approvato dalla Camera dei deputati

 

Il disegno di legge di stabilità per il 2015, depositato alla Camera (Atti, n. 2679), inizierà a giorni il suo iter di discussione, prima nelle Commissioni e poi in Aula.

Il testo del disegno di legge prevede da un lato interventi di contenimento e riduzione della spesa pubblica e dall’altra una serie di misure rivolte soprattutto a favorire l’assunzione a tempo indeterminato e a mantenere ammortizzatori per chi perde il lavoro.

La riduzione della spesa pubblica colpisce in particolare le Regioni (- 4 miliardi) - sulle quali gravano anche gli impegni per il Patto della salute - e gli Enti Locali, ma riduce anche molti capitoli di spesa dei Ministeri. Il totale è di circa 15 miliardi di riduzione. Timida invece è la spending review almeno rispetto all’ammontare e alle modalità preventivate e ampiamente enfatizzate nell’estate scorsa.

L’azione per favorire l’assunzione è concentrata soprattutto nella diminuzione della tassazione sul lavoro (IRAP) per le aziende che assumono a tempo indeterminato. Annotazione: il Fondo per il collocamento mirato delle persone con disabilità (legge 68/1999) è azzerato.

L’impianto del disegno di legge è molto debole in materia di contrasto all’impoverimento, alla diminuzione delle diseguaglianze, e labile nel favorire il potere di acquisto da parte delle famiglie senza il quale non possono certo aumentare i consumi interni.

Mentre il cuneo fiscale diminuisce per le aziende (confidando in un aumento dell’occupazione) nulla è previsto a favore dei singoli contribuenti, in particolare per quelli a reddito più basso, per le famiglie numerose, per gli anziani.

Vediamo, quindi, gli aspetti a più immediata ricaduta in ambito sociale ed in particolare per le persone con disabilità.

 

Misure per la famiglia

Si tratta di una delle “novità” (simile a quella realizzata dal II Governo Berlusconi) che ha attirato l’attenzione dei media e della pubblica opinione nota anche come “bonus per le neomamme”.

Il disegno di legge (art. 13) prevede una misura per “favorire la natalità e per contribuire al suo sostegno”. Viene erogato un assegno di 960 euro annuali (80 euro mensili) per tre annualità a favore dei nuovi nati (1 gennaio 2015; 31 dicembre 2017) o agli adottati. Già in questa prima indicazione si notano possibili contenziosi per disparità di trattamento (es.: chi è nato negli ultimi mesi del 2014, non si vede corrispondere alcunchè nemmeno per un tempo limitato).

L’assegno, erogato da INPS e non imponibile, è corrisposto ai cittadini italiani, UE, e stranieri in possesso di permesso di soggiorno a condizione che non si superi un reddito familiare superiore ai 90.000 euro l’anno. Stranamente il Governo non fa riferimento all’ISEE di nuova approvazione.

Venendo alle coperture, sono previste in modo crescente fino al 2018 (circa un miliardo) e poi a scendere fino al 2020 (202 milioni).

Per il 2015 è previsto uno stanziamento di 202 milioni di euro, che corrispondono (nostri conteggi) a circa 210mila assegni annuali da 960 euro.

Nel 2012 i nati in Italia sono stati 521mila. Verosimilmente il Governo ritiene che i figli di genitori con più di 90.000 euro di reddito rappresentino ben più della metà dei nuovi nati. Se ciò non fosse vero, lo stanziamento rischia di essere inferiore alle domande.

Le critiche maggiori rispetto a questa scelta di trasferimento monetario hanno espresso come preferibile, al contrario, un investimento diretto per la realizzazione di servizi per la prima infanzia (asili nido) notoriamente ben più costosi per i nuclei familiari di 960 euro annui.

Da ultimo la disposizione proposta non prevede nessun criterio di favore nel caso in cui il neonato sia persona con disabilità (esempio: innalzamento del limite reddituale oppure maggiorazione dell’importo dell’assegno).

 

Fondi sociali

Nell’ambito dei trasferimenti dalla Stato centrale alle Regioni i fondi sociali rappresentano ormai una risorsa insufficiente a garantire politiche e servizi consolidati sul territorio, tant’è che risultano determinanti gli interventi aggiuntivi dei singoli enti locali. Considerato il pesante taglio dei trasferimenti generali alle Regioni, al rigore del Patto di stabilità, alla compressione della spesa sanitaria (prima voce nei bilanci regionali), l’esiguità dei fondi sociali rappresenta solo l’ultima delle limitazioni ad un diverso e moderno modo di intendere il welfare, cioè un intervento inclusivo, universale e incardinato in una logica di investimento piuttosto che relegato a spesa improduttiva.

Il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali è stato istituito dalla legge 27 dicembre 1997, n. 449 e poi riformulato dalla legge 8 novembre 2000, n. 328. Doveva essere lo strumento mediante il quale lo Stato, insieme alle Regioni e gli Enti locali, concorre al finanziamento della spesa sociale. Al suo interno confluiscono tutti i finanziamenti connessi alle leggi nazionali di settore vigenti nell’ambito delle politiche sociali, nonché le risorse aggiuntive stanziate dalla stessa Legge quadro in favore di Regioni e Province Autonome. Con il compito, quest’ultime, di distribuirle sul proprio territorio per l’attuazione dei Piani di Zona predisposti dagli Enti locali. Obiettivi ambiziosi, quindi. Nel 2008 l’ammontare era di 929 milioni, cifra in drammatico ribasso fino ai 70 milioni del 2012. Nel 2014 lo stanziamento era di 344 milioni. Per il 2015, la legge di stabilità prevede una copertura di 317 milioni. Un segnale preoccupante.

Fra l’altro viene posta anche una riserva: 100 milioni devono essere destinati al “rilancio del piano di sviluppo dei servizi socio-educativi della prima infanzia.” Si noti la frammentarietà degli interventi per la prima infanzia derivanti da un lato da questo accantonamento dall’altro della spesa per il “bonus neomamme”.

 

L’altro Fondo dalle sorti alterne è quello per le Non autosufficienze istituito nel 2006 al fine di garantire “l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni assistenziali da garantire su tutto il territorio nazionale con riguardo alle persone non autosufficienti”.

Dopo un finanziamento iniziale (2007) di 300 milioni (400 per i due successivi), il fondo è rimasto azzerato per due annualità (2011 e 2012), ripristinato per il 2013 (275) e confermato per il 2014 (350 milioni).

Nonostante lo stanziamento sia comunemente considerato inadeguato ed insufficiente alla copertura delle acclarate esigenze delle persone e delle famiglie, il disegno di legge prevede una riduzione di 100 milioni di euro, prevedendo per il Fondo una cifra di 250 milioni di euro.

Contro tale riduzione si sono sollevate diffuse proteste e prese di posizione anche politiche oltre che associative. Ci si augura che nel corso del dibattito parlamentare la destinazione venga significativamente elevata.

Ciò che colpisce, anche in questo caso, è l’assenza di una strategia specifica per queste politiche che non possono essere realizzate con scarsità di risorse e senza una programmazione di lungo periodo.

 

Il disegno di legge finanzia nuovamente il “Fondo speciale destinato al soddisfacimento delle esigenze prioritariamente di natura alimentare e successivamente anche energetiche e sanitarie dei cittadini meno abbienti.” Il Fondo, istituito nel 2008, è più noto come “social card” più volte e contestato come misura sperimentalistica molto lontana da un intervento strutturale di contrasto alla povertà e all’impoverimento, universale e a favore della inclusione sociale. Sono 250 milioni per il 2015.

 

Fondazioni ed enti di patronato e 5 per mille

Nel disegno di legge ci sono alcuni aspetti che solo apparentemente non riguardano i cittadini e le persone con disabilità.

Si interviene pesantemente (e retroattivamente) sulla base imponibile sulla Fondazioni bancarie che passa dal 5 al 77,74%. Il che comporta che le casse delle Fondazioni saranno “svuotate” delle risorse che vi si riversano ogni anno. Se ciò appare ininfluente si ricordi che dalle Fondazioni deriva circa un miliardo l’anno erogato – istituzionalmente – alle organizzazioni di volontariato e ai centri di servizio per il volontariato.

Al contempo il disegno di legge prevede uno stanziamento consolidato di 500 milioni per il 5 per mille. Il cosiddetto “5 per mille” è la facoltà concessa ad ogni contribuente di destinare quella parte del proprio Irpef (imposte) a Onlus, Fondazioni ma anche Comuni.

Va sottolineato che ad oggi – diversamente dall’8 per mille – non viene distribuito l’intero importo derivante dalle sottoscrizioni dei contribuenti, ma solo la cifra che il Parlamento stabilisce di anno in anno (per il 2015 appunto 500 milioni).

Più grave è ciò che accade agli enti di patronato. Essi per le loro attività ricevono dallo Stato circa 430 milioni l’anno. Questi derivano anche dai contributi versati dai lavoratori (attualmente lo 0,226 dell’ammontare totale dei contributi).

Il disegno di legge (art. 26) impone un taglio per il prossimo anno del Fondo Patronati di 150 milioni (più di un terzo) e una riduzione strutturale della percentuale sui contributi (scende allo 0,148%). Nella sostanza già dal primo anno il taglio sfiora i 300 milioni su 430.

Ciò comporta licenziamenti e chiusura di servizi per i cittadini. I Patronati garantiscono circa 4 milioni di pratiche l’anno per le sole prestazioni sociali (invalidità civile, assegno sociale, congedi e permessi, indennità di mobilità, di maternità, assegni familiari, infortuni). In moltissimi casi i Patronati svolgono attività che INPS o i servizi sociali dei comuni non riescono assolutamente a garantire e che in futuro non troveranno risposta se non – forse – presso commercialisti, consulenti del lavoro ecc con ben altri costi per i cittadini, i lavoratori, i disabili, i pensionati.

 

Pagamento di pensioni e indennità

Con l’intento di “uniformare” i pagamenti delle pensioni, tutti i pagamenti avverranno il giorno 10 del mese. Ciò riguarda anche le pensioni le indennità per invalidi, sordi e ciechi civili, oltre che tutte le provvidenze riservate agli invalidi INAIL.

Lo stesso articolo (il 26) mette “al riparo” INPS rispetto alle pensioni (anche di invalidità) erogate a persone decedute. Ad oggi accade spesso che pensioni (assistenziali e previdenziali) continuino ad essere erogate anche dopo il decesso dell’assicurato o dell’assistito, magari per tempi molto brevi (due o tre mesi). In questi casi INPS deve attivare una dispendiosa procedura amministrativa, individuare gli eredi e chiedere la restituzione dei ratei indebitamente percepiti. Il tutto con tempi ed esiti incerti.

Ciò accade anche perchè non è affatto corrispondente al vero che INPS abbia accesso in tempo reale agli archivi degli Uffici Anagrafe comunali.

Cambiano quindi le regole: il medico necroscopo (cioè quello che redige l’atto di morte e cioè il medico di reparto, di famiglia ecc.) ha tempo 48 ore per inviare il verbale per via telematica all’INPS che, a questo punto, incrocia i dati nel proprio archivio.

Ma non è tutto. Una nuova prescrizione riguarda anche le banche presso cui hanno sede i conti correnti dei pensionati (assistenziali o previdenziali che siano).

Le banche hanno l’obbligo di restituire all’INPS i ratei non dovuti (prelevandoli dal conto dell’interessato) e soprattutto hanno il divieto di usare quella quota parte di denaro per il reintegro di propri crediti.

 

Il disegno di legge sarà oggetto di modificazioni, emendamenti, integrazione lungo un iter di discussione parlamentare che terminerà, come di consueto, oltre la metà di dicembre.

 

31 ottobre 2014

 

Carlo Giacobini
Direttore responsabile di HandyLex.org

 

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