Riduzione della spesa per beni e servizi e politiche sociali

Il decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66 (Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale) è noto come il provvedimento che ha previsto una inferiore tassazione sul lavoro dipendente e la correlata concessione ai titolari di reddito non superiore ai 26 mila euro di una maggiore retribuzione mensile fino a 80 euro.

In realtà il decreto, in attesa di conversione in legge, introduce numerosi interventi di riduzione, di ristrutturazione e anche di opportuna trasparenza della spesa pubblica soprattutto da parte delle regioni, delle province, delle città metropolitane e dei comuni.

Ma non mancano gli interventi sulle amministrazioni centrali. I Ministeri, ad esempio, dovranno ridurre le spese per beni e servizi per 700 milioni di euro annui per il 2014.

200 milioni (300 nel 2015 e nel 2016) vengono “tagliati” direttamente dal decreto legge riducendo i relativi stanziamenti. I rimanenti dovranno essere recuperati direttamente dai Ministeri.

Si tratta di riduzioni ulteriori rispetto a quelli già operate dal decreto legge 28 gennaio 2014, n. 4 (articolo 2, allegato 1) poi convertito dalla legge 28 marzo 2014, n. 50 (la cosiddetta legge sulla spending review).

Solo per ricordare uno degli effetti di quella disposizione: il Fondo Nazionale per le Politiche sociali ha subito una riduzione di 17.4 milioni di euro per l’anno 2014 (da aggiungere alla riduzione di 2.2 milioni in forza del decreto-legge 8 aprile 2013, n. 35)

Il nuovo decreto-legge, come dicevamo, taglia da subito di 200 milioni i trasferimenti ai Ministeri.

Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali si vede “limare” la già boccheggiante dotazione di 0,9 milioni per quest’anno e di ulteriori 1,3 milioni per il 2015 e il 2016.

Va peggio al Ministero dell’Istruzione che restituisce 6,3 milioni per il 2014 e 9,4 milioni per ciascuno dei due anni successivi.

Visto che la norma non dovrebbe riguardare il funzionamento delle istituzioni scolastiche, le prime spese ad essere ridotte saranno quelle delle consulenze e servizi esterni. Ovvio che il pensiero corre all’obbligo di aggiornamento in servizio sulle didattiche inclusive, ottenuto dalle associazioni in sede di approvazione della Legge128/2013 e che verosimilmente è destinato a rimanere lettera morta.

Ma non è tutto. Vincoli di bilancio (ripetiamo ulteriori a quelle già previste dalle norme sulla spending review e dal Patto di Stabilità) sono imposti anche alle regioni (meno 700 milioni), alle province, alle città metropolitane, ai comuni.

A province e città metropolitane è richiesta una riduzione di spesa per beni e servizi di 340 milioni di euro per il 2014 e di 510 milioni di euro per ciascuno dei tre anni successivi.

Ai comuni non va meglio: 360 milioni di euro nel 2014 e 540 milioni l’anno fino al 2017.

Ma in che quantità dovranno ridurre la spesa comuni, provincie e città metropolitane? Proporzionalmente alla spesa media, sostenuta nell'ultimo triennio. Cioè chi ha speso di più restituisce di più.

Le voci di spesa considerate per calcolare il risparmio successivo sono elencate in un’apposita tabella (Tabella A) del decreto-legge.

Vi leggiamo voci quali: “Carta, cancelleria e stampati”, “Materiale divulgativo sui parchi, gadget e prodotti tipici locali”, “Utenze e canoni per energia elettrica”, “Organismi e altre Commissioni istituiti presso l'ente”, “Spese per liti (patrocinio legale)” ecc.

Ma nell’elenco sono inclusi anche le spese per: “Mense scolastiche”, “Servizi scolastici”, “Rette di ricovero in strutture per anziani/minori/handicap ed altri servizi connessi. Le spese “pesano” tutte in egual modo indipendentemente dalla loro qualità o dai servizi erogati direttamente ai cittadini. Pertanto il “risparmio” richiesto a comuni, province, città metropolitane sarà basato solo sulla spesa e non sulle singole voci. Potrebbe essere, ad esempio, svantaggiato il comune che abbia investito di più in servizi per i minori, gli anziani o i disabili, rispetto ad un altro che abbia invece speso di meno in questi servizi e di più nell’ordinaria amministrazione. Il che appare in contraddizione con lo spirito attribuito alla spending review, cioè ai tagli selettivi e non lineari e con la necessità di promuovere servizi per i cittadini.

Oppure potrebbe accadere che sia avvantaggiato il comune che abbia adottato delibere che impongono una maggiore partecipazione alla spesa da parte del cittadino, rispetto ad un altro che abbia favorito i ceti meno abbienti.

Una scelta che avrà effetti negativi sulle politiche sociali degli enti locali in particolare e finirà per acuire una tendenza già in atto da anni.

 

27 maggio 2014  

 

Carlo Giacobini

Direttore responsabile di HandyLex.org

 

Riferimenti normativi

  • Decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66 (Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale); in particolare articoli 8, 47, 50; Tabella A e B; Allegato C