Barriere architettoniche: arrivano davvero i contributi?

Circolano in questi giorni varie news secondo le quali sarebbe rifinanziato il “fondo” che consente di ottenere contributi per l’eliminazione delle barriere nelle abitazioni e nelle parti comuni dei condomini. Il che significherebbe che dopo 20 anni di “amnesie” di il Legislatore avrebbe rifinanziato la vecchia legge 13/1989. Sono ovviamente numerosi, quanto per ora privi di risposta, gli interrogativi di chi ha già presentato negli anni scorsi domanda di contributo (ed è ancora inevasa) e di chi è intenzionato a presentarla ora.

Vediamo qual è la situazione reale ad oggi, ma per farlo dobbiamo riavvolgere il nastro alla legge di bilancio per il 2017 (legge 232/2016, articolo 1, comma 140) che aveva previsto, nel dicembre di due anni fa, un significativo investimento per il “finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese”. Ed era prevista una dotazione mai vista: 1 miliardo 900 milioni di euro per l’anno 2017, 3 miliardi e 150 milioni per il 2018, 3 miliardi e 500 milioni per il 2019 e di 3 miliardi per ciascuno degli anni dal 2020 al 2032.

Fra i numerosi ambiti di intervento (ricordiamo sono ad esempio i trasporti e le stazioni, la prevenzione del rischio sismico, la difesa del suolo) ce n’era anche quello che qui ci interessa di più: “l) eliminazione delle barriere architettoniche.

Quindi un primo elemento di fondamento delle news esiste, anche se un po’ datato.

Ce n’è anche uno di più recente: il 21 luglio 2017 il Presidente del Consiglio dei Ministri emana il decreto che ripartisce il fondo per voci di spesa (e Ministeri che dovranno gestirli). Alla voce ““l) eliminazione delle barriere architettoniche“ sono destinati complessivi 180 milioni. 20 nel 2017, 60 quest’anno, 40 nel 2019 e 60 nel 2020 e negli anni a venire fino al 2032.

Questo “tesoretto” viene affidato al Ministero delle infrastrutture (MIT) che quindi si deve preoccupare di ripartirli fra le Regioni. Come sempre quando si devono ripartire i fondi fra le Regioni quello dei criteri è un elemento assai delicato e quindi frutto di trattative in Conferenza Stato-Regioni, organismo che peraltro deve approvare preventivamente lo schema di decreto di riparto.

In seguito a due tavoli tecnici fra MIT e Regioni, conviene di assumere come criterio di riparto le domande ex legge 13/1989 (che prevede contributi per i cittadini che abbiamo dimostrato interventi di eliminazione di barriere) che risultano inevase al 2017. In soldoni: quanto maggiore è l’arretrato di una Regione quanto più alta sarà la somma che le verrà destinata dal Fondo.

Viene quindi chiesto a tutte le Regioni quale sia la propria quantità di somme invase.

Risulta agli atti un dato sorprendente e forse anche sottostimato. La somma totale è di 230 milioni di euro: questo è il debito verso i singoli cittadini.

Osservando i dati nello schema di decreto di riparto, si notano enormi differenze fra una Regione all’altra: si va dalla Liguria che dichiara una cifra di 350 mila euro, all’Umbria che ne dichiara 14 milioni; dal Lazio che denuncia una sofferenza di 24 milioni e mezzo, alla Basilicata che ne dichiara quasi 20.

Le Regioni Calabria e Valle d’Aosta non hanno indicato il “fabbisogno inevaso” (pur asserendo di essere intervenute con risorse proprie), tant’è che assieme al Friuli Venezia Giulia, sono state escluse da questo decreto di riparto.

Differenze che aprono a molti interrogativi e riflessioni, ma tant’è: con questi dati il Ministero delle infrastrutture di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il Ministero dell’economia, predispone il suo schema di decreto di riparto che propone per l’approvazione alla seduta del 15 febbraio della Conferenza unificata (Stato, Regioni Comuni).

E la Conferenza, nonostante le enormi differenze di assegnazione, ha approvato lo schema di decreto con il voto contrario della Valle d’Aosta e la raccomandazione dell’ANCI che “per la prossima ripartizione, di assegnare le risorse a tutte le Regioni, affinché possano poi essere equamente ripartite tra i Comuni, che raccolgono le domande dei cittadini.”

Che cosa accade ora? Il decreto di riparto non è ancora legge. Mancano le firme di tre ministeri (Infrastrutture, Lavoro, Economia) nonché, dopo le altre procedure di rito, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Successivamente ciascuna Regione dovrà ripartire il Fondo di propria competenza fra tutti i comuni e questi ultimi, assegnarli ai cittadini. Quindi al momento qualsiasi azione sul proprio Comune sarebbe inutile.

Una sintesi finale per punti.

  • il fabbisogno dichiarato ed inevaso – 230 milioni di euro – mentre la somma stanziata per il 2017 è di  20 milioni di euro (210 milioni di differenza);

  • sono passati già 14 mesi da quando il Parlamento ha approvato il Fondo e ancora il Decreto di riparto, nonostante gli annunci di questi giorni, non è legge;

  • lo schema di decreto di riparto non definisce il fabbisogno futuro rispetto alle probabili esigenze (esempio: numero di abitanti, numero di persone con disabilità), ma rispetto ad un pregresso dai contorni dubbi;

  • il pregresso può essere generato da molti fattori e riferirsi a contesti diversi: ad esempio alcune Regioni prevedono norme proprie e contributi aggiuntivi. In altri contesti le domande di contributi ex legge 13/1989 sono state sistematicamente scoraggiate perchè “tanto non ci sono i Fondi”;

  • alcune Regioni rimangono “al palo” cioè senza finanziamenti o con finanziamenti estremamente limitati, aumentando disperità territoriali;

  • gli enfatizzati 180 milioni sono spalmati su 4 anni; per il 2017 sono 20 milioni.

18 febbraio 2018

 

Carlo Giacobini

Direttore responsabile di HandyLex.org

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